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Nonostante possa essere ritenuto da alcuni un residuo di epoche remote, il saluto resta un segnale che invita alla convivenza pacifica. Sorge sempre spontaneo, tanto da essere diventato parte del nostro  essere: quanto basta per giustificarne l’esistenza.
 

Ci sono gesti che hanno un destino curioso. Entrano nella vita e si ripetono innumerevoli volte al giorno, eppure ad essi non ci si pensa quasi mai. Uno di questi è il saluto. S’incontra un conoscente, un amico, si scrive una cartolina, si passa davanti ad un cimitero o ad un’immagine sacra e subito diventa istintivo il saluto. Come lo si trova nella vita quotidiana, così nei racconti o romanzi che si leggono o anche in testi sacri. Al saluto è sempre accordato un posto. Si è inserito in noi di soppiatto, senza che noi lo avessimo cercato. È diventato parte del nostro essere, tanto che spesso per farlo non c’è bisogno d’un atto riflesso, semmai è per non farlo che bisogna pensarci.
Il senso del saluto
Il saluto passa dentro di noi quasi inosservato, eppure comunica qualcosa dell’anima. Si fa nostro interprete. Si può incrociare un conoscente e fingere di non vederlo, allora lo si considera come un estraneo, la sua è una presenza neutrale. Che ci sia o non ci sia è la stessa cosa. 
Succede anche di peggio. La presenza dell’altro spesso è percepita come un disturbo, se non addirittura come ostile. Mette malcontento. Se si avesse potuto, lo si sarebbe evitato. Fatalità vuole che mi sia capitato tra i piedi. Meglio se non ci fosse. Se non lo dice la mente con il pensiero o la parola, lo dice l’istinto. Il mancato saluto è eloquente. Non è solo un non dire, è il venire meno d’una cosa che dovrebbe esserci. Dice qualcosa di negativo. “Non ti conosco e neppure mi interessa di conoscerti”. Quando poi le circostanze ci mettono spalla a spalla, ha luogo una vicinanza che è soltanto espressione geometrica.
Il non salutare conoscenti o vicini manifesta un’inadempienza, come d’altra parte il salutare è per lo più segno di benevolenza. Rompe un clima di sentimenti ambigui. Esplicita il desiderio di comunicare. Cadono certe resistenze che tendono a mantenere le distanze o addirittura alimentare diffidenze e antipatie.
Nel saluto si compie quasi sempre qualcosa di rilevante agli effetti della convivenza. Aiuta il contatto, può avviare rapporti di intesa, allacciare nuove conoscenze ed amicizie. Fa bella impressione quando un individuo si presenta in un gruppo e saluta con volto disteso e sereno.
Non è detto però che al saluto faccia seguito una reazione altrettanto cordiale. La risposta può farsi attendere e una volta arrivata essere detta sottovoce a denti stretti. Si ha l’impressione d’aver commesso un errore e recato un disturbo. Il clima, che si respira, si fa pesante. Ci si trova tra persone che sentono la vicinanza non come un’opportunità per conversare, ma piuttosto come un peso. Sopportano il cattivo gioco della sorte, che li vuole in mezzo ad altri, per cui quanto prima possono liberarsi dalla loro compagnia e imboccare strade diverse, tanto meglio.
Fortunatamente si dà anche il caso contrario. S’incontrano tanti che sono contenti di conversare, conoscere, comunicare pensieri e sentimenti, sentirsi a loro agio nel gruppo nel quale vengono a trovarsi. Penso al caso più frequente d’un viaggio in treno, quando il saluto reciproco avvia una conversazione piacevole. Il tempo prende un ritmo veloce, corre senza che ci si accorga. Arriva il momento di scendere e ci si congeda a malincuore. Era così bello conversare. Che peccato dover interrompere. Il saluto segna spesso l’inizio d’un tempo che finisce non senza rammarico.
Il saluto di commiato
A malincuore ci si separa da gente conosciuta anche casualmente e a maggior ragione da persone care. La vita è dura. Accende affetti profondi e poi li stronca impietosamente come nel caso di chi sa di trovarsi sul letto di morte e di doversene andare o di chi deve emigrare in Paesi lontani o partire per una missione difficile, che lascia insicuro il ritorno. Il saluto si fa straziante. Muove il cuore e raccoglie le ultime parole, quelle che non si sono mai dette finora. 
Il commiato è sempre amaro e non solo nel caso d’un lutto. Ricordo l’addio d’un’anziana signora che si congedava dal figlio stabilitosi oltre oceano: “Questa è l’ultima volta che ti vedo. Sento che non sopravviverò fino al tempo del tuo prossimo rientro”. Non c’è stata risposta. L’atmosfera s’era fatta troppo carica di emozioni. Là dove il dolore irrompe improvviso, soffoca la parola e imprime sul volto un sorriso di malinconia.
Penso che il congedo tra madre e figlio avrebbe potuto passare anche sotto silenzio. Un certo pudore induce a custodire i propri pensieri come un segreto sepolto nell’anima. Ma non appena gli sguardi si incontrano e l’uno legge quello che passa negli occhi dell’altro, scoprono d’avere dentro lo stesso presagio. Non c’è bisogno di dirlo Già nell’abbraccio c’è tutto il cuore.
Nel saluto d’addio si condensa il dolore più vivo, che si capovolge in gioia nel momento del rientro. L’abbandono della patria fa dell’uomo un pellegrino, cui sono tolte le persone e le cose care. Poi quando gli vengono restituite e cessa di essere uno straniero, è come se rinascesse.
Il saluto formale
La nostra cultura con l’affermarsi del mercato ha fatto piazza pulita di molti sentimenti e convenevoli. Li ritiene materiale di scarto da lasciar cadere. Si va subito agli affari. Non c’è tempo da perdere in complimenti inutili, residui d’un mondo ormai tramontato. Soltanto situazioni particolari rompono la maschera, dietro alla quale si vive come dietro un riparo, e lasciano passare la carica delle emozioni genuine. In questo clima il saluto resiste con un po’ di fatica, ma ne soffre molto. Capita che coinquilini s’incontrino senza salutarsi. Si abita gli uni vicini agli altri eppure si vive nell’isolamento. I costumi si fanno sempre più rudi e sbrigativi.
L’attuale convivenza tende a fare a meno del saluto con il pretesto che si tratta d’un’etichetta formale, imposta dalla cultura borghese. È chiaro, ogni azione che si compie si presta ad essere veicolo di significati controversi: insincerità o schiettezza, freddezza o cordialità, finzione o autenticità. È vero che non sempre trasmette calore umano, ma questo non ne giustifica l’omissione. Resta altrettanto vero che esso avvicina le persone rendendole più confidenziali e gentili.
Non è detto che il saluto sia poi sempre necessario, anzi a volte tra familiari e intimi diventa superfluo e lo si tralascia. Si vive così gomito a gomito e nella reciproca confidenza da non aver bisogno né di parole né di convenevoli. L’intesa più profonda dispensa da gesti formali. Questi infatti hanno qualcosa di generico, sono una specie di cliché che va bene per ogni circostanza. Il saluto essendo rivolto a molti, tende a fare del partner uno qualsiasi. Per questo con le persone più intime è trascurato.
Non lo deve essere però con persone che non fanno parte della propria sfera intima: colleghi di lavoro, conoscenti, vicini di casa, nei cui confronti non è possibile tralasciare un atto di cortesia richiesto dalla convivenza civile senza incorrere in equivoci. È proprio perché ci si sente vincolati da pressioni esterne che il saluto può degenerare in un’abitudine vuota, priva di anima. Da qui però passare alla sua abolizione non aiuta a ingentilire i rapporti interpersonali rendendoli più autentici, anzi li renderebbe più impersonali e freddi. È sbagliato lasciare tutto alla spontaneità e rifiutare l’istituzione. Si finirebbe in un disimpegno irrespondabile.
Il saluto cristiano
A correggere ogni incertezza d’un gesto, lasciato alla volubilità del momento, è più che mai pertinente il richiamo ad una raccomandazione del Vangelo, che tra l’altro nella versione di Luca si apre con un saluto e in ogni racconto della risurrezione presenta il Signore come colui che sorprende i suoi con l’augurio: pace a voi! salve! Esso suona come un desiderio che i discepoli godano salute e il loro cuore si apra alla gioia.
È nel discorso della Montagna che ricorre il passo che cerchiamo. “Se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?”. Nel saluto il Vangelo non ricorda solo una norma dell’educazione civile, vuole anche insegnare l’amore universale. Non è concepibile un cristiano che nega il gesto della pace. Egli sa che in ogni casa, in cui fa ingresso, le prime parole da proferire sono quelle insegnate dal risorto: l’augurio della pace.

 
 ANNO XVI n. 2  MAR-APR

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