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Troppe “sentinelle” oggi mettono in guardia
contro i pericoli rappresentati da certi teologi eretici (o presunti tali). Ma le stesse non alzano la voce, 
quando sarebbe doveroso, per gridare contro l’ingiustizia, la corruzione e la disonestà dilaganti. 

 

Fa piacere che un cardinale parli di “solide virtù civili” e metta in capo alla lista l’onestà, seguita subito dopo dal rispetto della legge. È accaduto a Milano, in occasione del solenne insediamento nell’arcidiocesi milanese del cardinal Dionigi Tettamanzi (29 settembre 2002).
L’anno precedente, in un libro-intervista dedicato ai Comandamenti, allo stesso presule era stata posta questa domanda precisa: “Nell’ambito dell’illegalità esistono comportamenti diffusi che sembrano irrilevanti: il biglietto dell’autobus non pagato, il resto sbagliato trattenuto, il piccolo furto nel supermercato… Anche se tali gesti non appaiono eclatanti, non contribuiscono però a costruire una mentalità disonesta che porta gradualmente a giustificare modi di vivere sempre più ai limiti della legge?”.
Lui aveva risposto: “Un proverbio latino diceva: “Bisogna stare attenti alle piccole cose”. E lo stesso Gesù Cristo ha sottolineato che “chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto”. Se uno è rispettoso della moralità e della legge nelle piccole cose, sarà capace di esserlo anche nelle grandi; se invece uno non ha fatto questo cammino di affinamento morale e spirituale, potranno esserci nella vita momenti di tentazione nei quali si sarà più facilmente catturati dal fenomeno dell’illegalità.
“Bisogna infatti constatare che una caratteristica tipica dell’illegalità attuale, forse la più insidiosa e devastante, è il suo lasciar tranquilla la coscienza, perché questa finisce per riconoscere come propria unica legge quella dell’interesse personale. Possiamo ostinarci quanto vogliamo a sostenere che un certo comportamento è illegale e immorale: se però una persona assume l’interesse individuale come criterio assoluto di moralità, è del tutto coerente che si ritenga nella perfetta legalità quando persegue in ogni circostanza il proprio interesse”.
Grazie, Eminenza! È consolante che dai pulpiti si torni a parlare di onestà e di legalità.
Chiesa colpita da afasia
Infatti, per quanto riguarda la posizione della Chiesa, bisogna riconoscere che esiste una sproporzione abissale tra la mole schiacciante di documenti ufficiali sul tema della morale sessuale e affini, e la scarsità di denunce in fatto di disonestà, anche quando questa assume forme di un’ampiezza e profondità tali da corrodere i fondamenti della vita sociale.
Non sono mancate, tuttavia, in questi ultimi anni, delle felici eccezioni, come la nota pastorale dei vescovi italiani dell’ottobre 1991, Educare alla legalità, dove si denuncia senza mezzi termini e in maniera circostanziata l’“eclisse della legalità” e l’assuefazione alla disonestà. Tra le felici eccezioni bisogna registrare pure alcuni interventi del cardinal C.M. Martini, predecessore di Tettamanzi sulla cattedra di sant’Ambrogio. E mi piace segnalare anche l’amara e severa omelia pronunciata dal cardinal Severino Poletto, arcivescovo di Torino, la notte di Natale del 2001, in occasione di uno scandalo che aveva coinvolto i dirigenti amministrativi del più grande ospedale cittadino. E poco importa che alcuni benpensanti, anche in campo cattolico, abbiano arricciato il naso…
Purtroppo, però, troppe “sentinelle” mettono in guardia contro i pericoli rappresentati da teologi eretici (o presunti tali), le cui opere tuttavia sono fuori dalla portata della gente comune. Ma non alzano la voce, anzi diventano stranamente afasiche, quando sarebbe doveroso gridare all’ingiustizia, alla corruzione e alla disonestà dilaganti, al saccheggio del denaro pubblico, ai trucchi miserabili messi in atto per sottrarsi alla giustizia, naturalmente indicando con chiarezza precise responsabilità.
Non basta andare in chiesa
Andrea Camilleri, ne La gita a Tindari, presenta una scena in cui si coglie, sullo sfondo, la figura del magistrato Gian Carlo Caselli. Il capo mafioso don Balduccio Sinagra vede apparire sul teleschermo la candida chioma di un signore sconosciuto, e domanda chi è. Lo informano che è il capo della Procura di Palermo. Vedendolo inginocchiato in chiesa, domanda sbalordito: “Ma chi fa, a la Missa va?”. Gli spiegano: “Sissi, religiusu è”. E lui: “Ma comu? Nenti gli hanno insegnato i parrini” (i preti)?”.
Commenta Camilleri: “Ecco, i parrini non gli hanno insegnato niente, se non una dirittura morale. E già questo non è poco”. Volesse il cielo che tutti i preti, tutti gli educatori si preoccupassero di formare non solo dei bravi cristiani ma, prima di tutto, dei cittadini leali, con la passione per la legalità, con la preoccupazione di tenere le “mani pulite” quando occupano posti di potere, a qualsiasi livello.
I preti, con gran dispetto dei mafiosi e dei loro compari, i quali non possono sopportare coloro che, come Castelli, si ostinano a credere che la Legge è uguale per tutti, hanno insegnato a questo magistrato che non basta andare in chiesa…
I preti che sanno essere educatori si preoccupano di spiegare ai giovani - e ai non più giovani - che non è evangelico “badare ai fatti propri” o curare gli interessi del gruppo. Primari sono i diritti del Vangelo, che coincidono con le esigenze della giustizia.
Da un pulpito laico
Una predica piuttosto stimolante ci viene offerta da un pulpito laico, ossia dal bellissimo libro di Tiziano Terzani: Lettere contro la guerra. Ne stralcio alcuni brani significativi.
“Guardiamoci allo specchio. Non ci sono dubbi che nel corso degli ultimi millenni abbiamo fatto enormi progressi. Siamo riusciti a volare come uccelli, a nuotare sott’acqua come pesci, andiamo sulla luna e mandiamo sonde fin su Marte. Ora siamo persino capaci di clonare la vita. Eppure, con tutto questo progresso non siamo in pace né con noi stessi né col mondo attorno. Abbiamo appestato la terra, dissacrato fiumi e laghi, tagliato intere foreste e reso infernale la vita degli animali, tranne quella di quei pochi che chiamiamo “amici” e che coccoliamo finché soddisfano la nostra necessità di un surrogato di compagnia umana”.
E ancora: “Il grande progresso materiale non è andato di pari passi col nostro progresso spirituale. Anzi: forse da questo punto di vista l’uomo non è mai stato tanto povero da quando è diventato così ricco (…). Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura, l’insicurezza, l’ingordigia, l’orgoglio, la vanità. Lentamente bisogna liberarcene. Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse”.
All’università di Agadir
Mi sia consentito un ricordo personale. I mercati arabi, con i loro colori e profumi stordenti, esercitano su di me un’attrattiva irresistibile. Qualche anno fa stavo in Marocco e bighellonavo tra le bancarelle del mercato di Agadir. Posato lo sguardo su un oggetto di cuoio, mi sono messo a mercanteggiare sul prezzo, secondo il rituale quasi obbligatorio praticato con quei venditori che si risentono se tu non stai al loro gioco.
Alla fine, dopo estenuanti tira e molla, sono riuscito a spuntare - tra la finta disperazione del giovane mercante - un prezzo che era un decimo di quello richiesto in partenza.
Allontanandomi, ho controllato il resto ricevuto e mi sono accorto che quello si era sbagliato a proprio svantaggio e mi aveva dato alcune monete più del dovuto. Lì per lì ho pensato che la somma era insignificante e che l’arabo, dopo tutto, un certo guadagno doveva pur averlo realizzato, nonostante il precipitare del prezzo sparato all’avvio della trattativa.
Dopo parecchi tentennamenti, però, mi sono deciso a ritornare sui miei passi, ho rintracciato il mercante e gli ho restituito i pochi soldi ricevuti in più.
Quello mi ha guardato tra lo sbalordito e l’incredulo. Quasi non si capacitava, non tanto dell’abbaglio pre-so, quanto del fatto che un acquirente avesse sentito il dovere di restituire ciò che non gli apparteneva. Dava l’impressione di trovarsi di fronte a un extraterrestre. Alla fine, tradendo una certa emozione nella voce, è uscito in una frase che non ho più dimenticato: “Tu sei una persona onesta!”. Lo posso garantire, ci ha messo proprio il punto esclamativo.
Dite quello che volete, ma io quell’apprezzamento lo ritengo più importante di qualsiasi laurea (che non ho). Sì, ho conseguito la laurea presso l’Università del mercato arabo di Agadir. Un musulmano, furbo a motivo del mestiere e forse anche un po’ imbroglione, ha concesso a un prete, a un cristiano, il diploma di “persona onesta”.
Spero che il Signore, nell’ultimo giorno, lo ritenga valido e chiuda gli occhi, indulgente, sui miei conti che non tornano.

 
 ANNO XVI n. 2  MAR-APR

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