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Attraverso i rapporti con gli altri ognuno può riuscire a scoprire se stesso, la propria personalità e identità. 

Tuttavia alla nascita l’uomo non è un essere sociale, ma lo può divenire progressivamente nel tempo. 

 

L’educazione, ossia l’azione diretta dei genitori o di chi ne fa le veci, è il principale mezzo della socializzazione. Per socializzazione intendiamo il processo mediante il quale il bambino uniforma il suo comportamento alle richieste socio-culturali del gruppo cui appartiene.
J. Piaget (1896-1980) e H. Wallon (1879-1962), due grandi psicologi del secolo scorso, sottolineano l’incapacità del neonato di distinguere se stesso da ciò che non è sé. Compito della mamma, nei primi due anni di vita, è di sostituirsi provvisoriamente all’Io del bambino e fare da intermediaria tra il mondo esterno, non percepito chiaramente, e il bambino stesso.
Rapporto di dipendenza
Sappiamo che il primo rapporto madre-bambino è simbiotico, cioè un rapporto di reciproca dipendenza. Infatti fra la madre e il neonato c’è un insieme di atteggiamenti, attese, comportamenti e risposte dove ognuno dei due sente profondamente il bisogno dell’altro. Si crea così una situazione di reciproca ricerca. Questo rapporto inizia dal momento della nascita, quando il neonato lancia messaggi di bisogni primari con gesti carichi di tenerezza e la madre - attraverso la soddisfazione di questi - riceve gratificazione rispondendo al figlio che ha bisogno di lei. 
Nonostante questa pienezza di affetto, nell’inconscio del bambino la madre non occupa un posto privilegiato, in quanto egli non la distingue né da se stesso, né dalle altre persone o cose che lo circondano. È solo attraverso le continue richieste del bambino e le risposte ai suoi bisogni che fra i due inizia a formarsi una misteriosa comunicazione. Il piccolo è in grado di captare gli stati d’animo affettivi della madre, sia quelli consapevoli che inconsapevoli, e reagirvi di conseguenza. M. Klein (1882-1960) ha descritto come il bambino percepisca non solo i gesti di gratificazione, ma anche le esperienze di frustrazione e di disagio. I gesti di comprensione, accoglienza, amore, sono percepiti dal neonato come il “latte buono”, mentre il disagio, le frustrazione, la mancanza di amore vengono percepiti come il “latte cattivo”. Il vomito o il rifiuto di essere allattato possono essere la percezione da parte del piccolo di trovare nella madre due “seni cattivi”. Tutti i bambini hanno la tendenza a cogliere come “buono” ciò che è gratificante e di sentire “cattivo” ciò che li frustra.
Fasi ci crescita
Perché la madre possa essere percepita per quella che è, il neonato deve superare alcune fasi. La prima di queste è definita fase narcisistica (da 0 a 2 mesi): in questa fase l’attività del neonato si riduce sostanzialmente a due funzioni: la nutrizione e il sonno. Solo al termine di questa il bambino inizia a rispondere alla voce e al sorriso della mamma.
Nella seconda fase, chiamata pre-oggettuale (dai 3 agli 8 mesi), il sorriso del bambino diventa sempre più una reazione al sorriso dell’adulto e questa è la prima risposta guidata e intenzionale. Un famoso psicologo, R. Spitz (1887-1974), afferma che questa prima risposta sociale è limitata, in quanto il bambino risponde con il sorriso solo al volto sorridente dell’adulto, visto però di fronte e non di lato. È verso i cinque mesi che il bambino inizia a sorridere alla vista di un giocattolo o del suo succhiotto. Fra i sei e gli otto mesi questo sorriso automatico scompare, in quanto il bambino ora sa distinguere la persona conosciuta da quella estranea.
La terza fase è detta oggettuale e inizia con “l’angoscia degli otto mesi”: il bambino reagisce con la paura alla vista di una persona estranea. Ciò che lo spaventa non è tanto la vista di un estraneo, quanto l’assenza della madre che lo fa cadere in uno stato di profonda insicurezza. 
Questo sentimento di paura dimostra che il bambino ha raggiunto una tappa importante nel suo sviluppo psicologico, poiché riesce a cogliersi come persona, con una sua esistenza. D’ora in avanti il suo comportamento sociale compirà passi da gigante. Infatti verso i dieci mesi il bambino riesce a manifestare emozioni e sentimenti, in quanto è in grado di mostrare tenerezza, collera, rabbia, gelosia, amore… Gli scambi affettivi con gli altri si fanno più intensi e attivi.
Il contatto fisico
La stessa comunicazione fra madre e bambino acquista più sicurezza e profondità. È soprattutto attraverso il contatto con il corpo della madre - il suo modo di toccarlo, accarezzarlo, sollevarlo, portarlo - che il bambino riesce a cogliere in profondità la madre. L’importanza del contatto fisico è fondamentale, poiché attraverso questo si manifesta la tenerezza. Numerose ricerche hanno dimostrato come la mancanza del contatto fisico provochi nel bambino un vuoto affettivo. A. Montagu - nel suo libro Il tatto (Garzanti 1975) - afferma che la privazione del contatto fisico pelle a pelle nella prima infanzia può portare a una ricerca sostituiva in automanipolazioni di vario genere, come la masturbazione compulsiva, il succhiarsi le dita, il mangiarsi le unghie, il tirarsi o toccarsi le orecchie, il naso o i capelli.
Le carezze fra madre e bambino contribuiscono ad un sano sviluppo in quanto la madre diventa un “oggetto” rassicurante, quando ha scelto con consapevolezza la propria maternità. La responsabilità e la libertà risiedono appunto nella scelta cosciente di questo ruolo. 
Diventare madre non dovrebbe essere un fatto casuale, ma una scelta libera e di amore. 

 
 ANNO XVI n. 2  MAR-APR

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