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LA FRAGILE REALTA'
di Lore Dardanello Tosi
Uno dei motivi della depressione galoppante che infesta sempre più il nostro animo è indubbiamente il fatto che così come siamo non ci piacciamo. Vogliamo essere qualcun altro. Vogliamo diventare chi non siamo.
La nostra è una società di scontenti. Chi si considera povero vuol diventare ricco. Chi è convinto d’essere brutto vuol diventare bello. La donna vuol diventare uomo. L’uomo vuol diventare donna. Il contadino vuol diventare operaio. L’operaio, impiegato. Quest’ultimo vuol diventare un divo dello spettacolo e tutti quanti, con poche eccezioni, vogliono comparire in televisione.
 

Uno dei motivi della depressione galoppante che infesta sempre più il nostro animo è indubbiamente il fatto che così come siamo non ci piacciamo. Vogliamo essere qualcun altro. Vogliamo diventare chi non siamo.
La nostra è una società di scontenti. Chi si considera povero vuol diventare ricco. Chi è convinto d’essere brutto vuol diventare bello. La donna vuol diventare uomo. L’uomo vuol diventare donna. Il contadino vuol diventare operaio. L’operaio, impiegato. Quest’ultimo vuol diventare un divo dello spettacolo e tutti quanti, con poche eccezioni, vogliono comparire in televisione.
Poiché diventare ricchi, belli e famosi non è facile, ci accontentiamo di fingere, illudendoci di esserlo. Ci travestiamo da divi, imitandone i vizi e le posture. Adottiamo modelli che sono tipici di altre condizioni, addirittura di altre civiltà. Inganniamo noi stessi con tale determinazione che ci convinciamo di riuscire a ingannare anche il mondo intero.
Ovvio che in questi panni non ci riconosciamo: non ci si addicono. Il sogno di cambiare il nostro destino si trasforma, inevitabilmente, in insoddisfazione e risentimento. Vogliamo fortemente essere diversi, ma ogni volta che ci guardiamo allo specchio ci vediamo sempre come siamo e non come vorremmo essere. Anche la vita ci costringe a prendere atto del fatto che non siamo ciò che sembriamo e questo continuo cozzare con la realtà ci lascia scontenti, frustrati, sfiniti e facile preda della depressione.
Come uscirne?
Prima di ogni cosa prendendo coscienza del fatto che finora abbiamo cercato solo soluzioni superficiali, che non possono che ottenere risultati effimeri.
Fingere non basta. È necessario conoscere noi stessi e indagare i motivi che provocano la nostra scontentezza. Questo diventa possibile scalando la montagna delle contraddizioni e superando, passo dopo passo, gli scogli della menzogna, dell’auto- giustificazione, dell’autocommiserazione. Dobbiamo, in altre parole, imparare a scendere in profondità dentro di noi e a trovare il coraggio di vedere e affrontare cose scomode: i lati negativi, le debolezze, le viltà, le imperdonabili dimenticanze.
Di norma, senza pensarci troppo ci affrettiamo a coprire le magagne e a nasconderle sempre più giù, strato dopo strato, illudendoci di neutralizzarle. Ma queste premono e pesano, tanto da spingerci a fare qualcosa, non foss’altro che a fingere…
Per sradicare la nostra scontentezza si rende urgente assumere la consapevolezza dei nostri lati meno confessabili e fare luce sui nostri angoli oscuri. Solo scendendo in profondità dentro di noi e compiendo l’opera umile e faticosa di mettervi ordine possiamo fare la sconvolgente scoperta di una parte che non ci era possibile conoscere finché stazionavamo in superficie: una parte sorprendente e inimmaginabile.
La “parte divina” di noi
Sulle affascinanti montagne del Nepal ci si rivolge un saluto dal suono dolce e misterioso: “Namasté”, il cui significato è: saluto la parte divina che è in te. Forse noi occidentali abbiamo smesso, ormai da troppo tempo, di cercare questa “parte divina” che, indipendentemente dalla nostra volontà, ci rende belli anche quando non lo siamo, ci rende ricchi anche nella povertà. E facendoci sentire tali rende superfluo, se non addirittura ridicolo, ogni desiderio d’essere diversi da ciò che siamo.
La “parte divina” che è in ognuno di noi altro non è che la consapevolezza d’essere parte inscindibile del cosmo; che la nostra vita è un miracolo; che sta soltanto a noi valorizzare i doni che ci sono stati elargiti.
Questa consapevolezza ci pone di colpo in una dimensione diversa: più alta, più profonda, e contrariamente a ciò che può sembrare a un giudizio superficiale, molto più aderente alla realtà. Poiché la realtà, innegabile, è che siamo esseri sconosciuti, le cui origini sono sconosciute e la cui mèta è un mistero.
Nuova consapevolezza
Nell’ottica di questa nuova dimensione, le mode, i costumi, i modelli della nostra civiltà, i divi e la televisione appaiono per quello che realmente sono: piccoli, ridicoli e inconsistenti. Di colpo non abbiamo più bisogno di nulla, men che meno d’essere diversi da come siamo.
Dovremmo sforzarci, allora, di vivere ogni esperienza umana alla luce di quest’ultima realtà possibile, immersi nella consapevolezza che la nostra umanità è inscindibile dal soffio divino che ci ha generati.
In questa nuova luce tutto si fa relativo. Come d’improvviso, poche cose vengono giudicate realmente importanti: tutto il resto viene vissuto con il distacco di chi conosce l’autentico significato delle cose. Dunque, ognuno di noi diventa prezioso ai propri occhi e non resta più nulla da invidiare a nessuno e nessun modello risulta degno d’essere imitato, poiché ci siamo fatti consapevoli del nostro reale valore e della nostra unicità. 
Ricchi di noi stessi, non possiamo che essere stimolati alla vita. Una vita che ci assomigli e nella quale in ogni momento sia possibile riconoscerci. 

 
 ANNO XVI n. 2  MAR-APR

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