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DAL MONDO CAMILLIANO
I CAMILLIANI 
IN AMERICA LATINA (5)
di Virgilio Grandi
L’attenzione 
ai poveri e ai sofferenti - 
prerogativa dei primi Camilliani dell’America 
Latina - ha trovato riscontro in una nuova 
pastorale della salute all’altezza dei tempi..
  UNA CATTEDRA  DI PASTORALE SANITARIA GIÀ NEL 1700


Nel 1987, per iniziativa dei religiosi camilliani, fu eretto a Roma l’Istituto Internazionale di Teologia Pastorale Sanitaria, il Camillianum, con gradi accademici e master. Se ne sentiva il bisogno per integrare la teologia con le scienze umane, offrire una pastorale per una cultura nuova della salute e rispondere alle sfide attuali del mondo della sanità.
Ma l’erezione di tale Istituto accademico non è una novità. Già due secoli e mezzo fa, nel 1754, fu eretta a Lima in Perù una cattedra di Pastorale sanitaria nell’università di San Marco. Anche allora il merito fu dei Camilliani, che da 40 anni svolgevano un ammirato ed encomiabile servizio di assistenza ai malati e particolarmente ai moribondi nelle case private e negli ospedali della città. 
L’ispiratore e fautore principale fu il Servo di Dio padre Martìn de Andrès Pèrez, viceprovinciale delle case di America Latina. Uomo di studio e di scienza, riconobbe, sull’esempio del fondatore san Camillo, la necessità degli studi per essere all’altezza della missione presso gli infermi e per rispondere con competenza alle necessità dei moribondi. “Se i nostri”, diceva san Camillo, “non saranno letterati e dotti, non potranno aiutare i malati conforme ai bisogni delle loro anime”.
Per questo padre Pèrez non risparmiò fatiche per far progredire nella scienza i giovani attratti nell’Istituto, e come frutto di tale impegno, d’accordo con il Rettore dell’università di Lima, promosse una pubblica disputa filosofico-teologica tra due studenti religiosi e due onorati cattedratici nel chiostro maggiore dell’università. Il successo fu straordinario.
Il dott. Manuel de Silva Vanda, Rettore dell’Università, già era entusiasta dell’opera che svolgevano i religiosi camilliani “con fervore e con constante impegno”. In seguito al sopraddetto solenne atto e sollecitato da padre Pèrez, presentò al Vicerè, il conte di Superunda, la formale richiesta di istituire nell’università di Lima una cattedra di Prima Moral y casos ocurrentes in articulo mortis (di Prima Morale per i casi che ricorrono in prossimità della morte) e di affidarla ai Camilliani. 
L’8 dicembre 1754 il Vicerè emanò il decreto di erezione della cattedra a beneficio dei malati gravi. Nello stesso tempo nominò padre Martìn de Andrès Pèrez primo cattedratico con i gradi di licenziato e dottore in sacra teologia. Inoltre autorizzò il rettore dell’università a concedere alla comunità religiosa fino al numero di sei laureati che potevano concorrere a dirigere le cattedre della medesima università. 
Il re di Spagna il 20 settembre 1755 approvò con cedula la creazione della cattedra e la Consulta Generale dell’Ordine camilliano a Roma approvò l’accettazione e le concessioni accordate.
Padre Pèrez diresse la cattedra per 15 anni, fino alla morte, svolgendo le lezioni accademiche con sapienza e ammirazione degli uditori. I figli di san Camillo si susseguirono nella direzione della cattedra fino al 1877, quando scomparve dal numero delle facoltà dell’università di San Marco.
Questa cattedra di Pastorale Sanitaria vantò 123 anni di vita, sia pure attraverso trambusti politici, forti eventi nazionali quali l’emancipazione e l’indipendenza del Perù, ingiuste soppressioni, faticosi ripristini e travagli comunitari. Ma procurò onore e lustro all’Ordine camilliano e favorì la sensibilizzazione e il progresso nella Pastorale sanitaria. Il compito che la suddetta cattedra di Lima svolse in Perù nei secoli 1700 e 1800, ora lo svolge il Camillianum nella Chiesa e nel mondo della salute. 

 
BAMBINI E DONNE D'AFRICA

di Domenico Fantin

  
 

L’Africa provoca sempre, interpella, mette in discussione il nostro stile di vita, le scelte e anche le non-scelte che facciamo, spesso il nostro modo tiepido di essere cristiani.


Le volte che sono partito per visitare qualche Paese dell’Africa, oltre alle valigie piene di speranza e con qualche caramella per i bambini, ho portato con me il desiderio di fare qualcosa per gli altri, vivere una forte esperienza con i missionari e la gente del posto, aprire una finestra su un panorama immenso, affascinante, anche se troppo vasto e variegato per essere compreso e accolto nella giusta misura.
Ho sempre voluto “vedere” e “vivere” la missione con una presenza discreta e con rispetto, godendo il privilegio di un rapporto diretto con le persone, andando per i villaggi con soste presso le capanne, con incroci di sguardi incuriositi e tentativi per cercare di capire, sapere, dopo aver osservato la vita che si dipana in uno stile diverso dal nostro e con ben altre possibilità. 
Troppo poco sicuramente per rendersi utili, ma abbastanza per sentire nell’intimo che il pianto di un bambino malnutrito diventa il tuo pianto, se ti riscopri malnutrito di amore.
I giorni più belli e intensi sono stati certamente quelli trascorsi tra la gente, ritmati dal sorgere e dal calare del sole, nello svolgersi della vita nei villaggi, negli ambulatori, negli ospedali, nei centri di assistenza per disabili, nelle scuole, tra bambini ammalati più di carenza d’affetto che di Aids e curati con i pochissimi mezzi a disposizione. Giornate lunghe ma piene, indimenticabili per l’accoglienza ricevuta. Così nel cuore sono rimasti scolpiti i volti di tantissimi bambini, volti aperti e sorridenti con il desiderio di venire abbracciati, mani protese a salutare: una realtà che fa capire cose che i libri non potranno mai raccontare.
Anche i volti delle donne, giovani e meno giovani, dal portamento e incedere elegante, hanno lasciato un segno profondo nell’animo, a testimonianza della comprensione del significato della vita, che in quelle popolazioni si celebra ancora con espressioni e simboli rari. Mai stanche, molte di loro si trovano a sopportare responsabilità troppo grandi per le loro spalle e ad affrontare enormi difficoltà - dovute a cultura e tradizioni ancestrali - per difendersi da abusi di ogni genere, da sottomissione forzata. Per non soccombere.
Donne silenziose cui è stata rubata l’infanzia, impegnate fin dai primissimi anni di vita nei lavori più umili, nel tenere la casa; poi nell’accudire ed educare i molti figli e provvedere al marito, nel coltivare l’orto per la sopravvivenza, nella difesa dei diritti umani fondamentali. Dallo sguardo triste, sempre ricolme di grazia e pronte all’ospitalità, hanno sovente le mani piene di calli. Con il loro lavoro hanno la capacità di trasformare posti aspri e aridi in ambienti dove la vita si celebra nei suoi più piccoli dettagli.
La donna africana di tutte le età è come un albero rigoglioso, è il fulcro della famiglia e la speranza della vita. In tutte le Missioni ad essa si fa affidamento per un futuro migliore della Chiesa e per sfidare i sistemi tradizionali che la tengono ancora ai margini nella società. Le anziane con la loro esperienza danno fiducia e un senso di sicurezza. Le giovani alla ricerca di un lavoro e di un futuro che assicuri una vita degna di essere vissuta, spesso sono quelle che si prendono cura delle persone nel bisogno con una profonda passione per la solidarietà. 
Sono molte le donne d’Africa che lottano con sacrificio per guadagnare il posto che sentono essere loro nella società e nella Chiesa. A loro va tutta la stima e la comprensione. 

 
 ANNO XVI n. 2  MAR-APR

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