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LA REDAZIONE
DI MISSIONE SALUTE
COSTRUIRE L'EUROPA E GLI EUROPEI
UN TRAGUARDO POSSIBILE
di Rosangela Vegetti
Parafrasando un celebre detto si potrebbe dire che, fatta l’Europa, ora restano da fare gli europei. 
In effetti questo processo richiede ancora tempo e cambiamenti radicali di mentalità e consuetudini 
per i popoli chiamati a fare parte della nuova unione.
 

Sentirsi fieri di partecipare alla nascita di un’Europa che ingloba popoli e Stati che faticano a cedere qualche parte della loro autonomia amministrativa e politica, è forse un sogno, meglio è considerarlo il traguardo verso cui tendere con impegno e determinazione. 
Questo processo richiede lavoro e radicali cambiamenti di mentalità e di consuetudini per tutti, anche per quei popoli, come l’italiano, che sono stati tra i firmatari del Trattato di Roma del 1956. 
“Hanno fatto poco i governi nazionali”, sostiene Giuliano Amato, vicepresidente della Convenzione europea, “per formare un’opinione pubblica europea. Ci vorrebbe un permanente dibattito sul senso dell’Europa per coinvolgere un numero più vasto possibile di persone, in modo da conoscerne le vere opinioni e interagire sulle stesse”. 
Invece è ai sondaggi che si attribuisce la facoltà di esprimere ciò che i diversi Paesi sperano, attendono e richiedono, e su questa sabbia mobile si poggiano poi le scelte politiche. Ma questa non è la vera voce della società civile. 
Chi sta nelle sedi istituzionali ha bisogno di conoscere e di avere l’appoggio delle popolazioni per far funzionare il meccanismo europeo. “Lavorare alla Convenzione europea senza sentire in che misura essa corrisponda alle aspettative delle persone e di quali forze può disporre, significa sentirsi più deboli. In effetti, a Bruxelles, noi organizziamo conferenze con i rappresentanti della società civile in cui alcune decine di rappresentanti hanno 2-3 minuti ciascuno per parlare, e questo diventa poi il quadro della realtà. Ma sussidiarietà significa non demandare le istituzioni d’Europa a un ristretto numero di addetti ai lavori”. Con una punta di amarezza il vicepresidente Amato sprona organismi e soggetti sociali a pensare seriamente e appassionatamente all’Europa. 
Ideali e obiettivi
“Bisogna trovare ragioni culturali, ideali, di passione vera, che alimentino e nutrano il nostro impegno e diano una prospettiva al nostro operare”, ha detto Luigi Bobba, presidente della Federazione ACLI internazionali all’incontro su L’Europa è il nostro futuro, svoltosi all’Università Cattolica di Milano lo scorso ottobre. “I padri fondatori fecero l’Europa per fare la pace, dopo secoli di guerre e decine di milioni di morti. Pace e benessere, costruiti attraverso la collaborazione, la condivisione delle risorse e del potere. Un messaggio che può fungere da orientamento per un governo democratico della globalizzazione”. Per questo vale la pena orientare le mentalità alla dimensione europea, per impedire agli ostacoli pratici di rallentare il processo di consolidamento dell’Unione politica a quei Paesi che stanno organizzando il proprio ingresso nell’Unione. 
Dalla moneta comune dobbiamo salire alla politica estera e sociale comune per tutti i popoli, garantendo loro la difesa delle loro radici: “È giunto il tempo di costruire per davvero l’Europa dei cittadini”, ha affermato Bobba, “e di una cittadinanza attiva, capace di partecipare a pieno titolo alla costruzione delle Comunità”. 
Dare senso all’Europa potrebbe essere lo slogan da lanciare, e accogliere, in vista del prossimo appuntamento che vedrà i cittadini europei impegnati a varare la carta costituzionale dell’Unione. Primo passo, in vista di questo appuntamento, è certamente il riconoscimento del patrimonio cristiano e delle radici culturali del nostro continente, che nella fede si sono alimentate per secoli. Non si può pensare all’Europa come ad un semplice meccanismo economico, bisogna trovare ragioni di senso per un comune sentire, per rispondere alle sfide della pace, della convivenza e dello sviluppo sostenibile per tutti. Dal panorama di sforzi comuni, in particolare dei popoli dell’est europeo che verranno ad allargare l’Unione, si rilevano grandi speranze per un futuro che dovrà garantire libertà di coscienza e di religione e insieme nuovi orizzonti di dialogo, di solidarietà e di mutua comprensione tra le comunità di fede cristiana e quelle delle altre religioni. 
L’impegno delle Chiese cristiane
Alle pressanti domande di benessere, felicità e vita serena dei popoli europei, le Chiese, depositarie del patrimonio spirituale del continente, cosa possono rispondere? 
“Il primo contributo che le Chiese possono dare all’Europa”, sostiene mons. Aldo Giordano, segretario del Consiglio delle Conferenze episcopali europee, “è il cristianesimo stesso. Da alcuni anni parliamo di un’evangelizzazione di nuova qualità per l’Europa. Paradossalmente, se anche scoprissimo che l’Europa non ha radici cristiane, sarebbe responsabilità dei cristiani trasmettere ora il grande dono di umanità, di socialità e di trascendenza che è contenuto nella rivelazione cristiana”. E l’Europa si è dotata già di due documenti di riferimento: la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e la Charta Oecumenica, che stanno ad indicare le comuni responsabilità delle Chiese cristiane. Sul cammino verso la costituzione europea (saremo chiamati a votare il testo il prossimo 2004), occorre riconoscere la corretta laicità delle istituzioni, insieme al patrimonio religioso offerto dalle Chiese quali soggetti specifici operanti nella società civile. 
Le Chiese hanno sempre insistito sull’Europa dei valori, e su tale comune terreno devono ora costruire rapporti di collaborazione e di riconoscimento reciproco che superino le originarie maggioranze e minoranze. Ci sono infatti Chiese che sono maggioritarie in alcune Paesi d’Europa, e quasi assenti in altri Paesi, eppure insieme dovranno operare per dare un’anima all’Europa. Dobbiamo imparare anche a conoscere la storia e le esperienze delle varie Chiese dei Paesi che sono candidati all’allargamento dell’Unione… 
“In tutti i Paesi dell’est”, testimonia l’arcivescovo ortodosso romeno Nifon Mihaita, “le Chiese vantano da parte dei cittadini un tasso di fiducia molto elevato e quando, nel 1995, la Romania ha firmato il documento di adesione alle strutture europee, i culti ortodossi presenti in Romania hanno dichiarato il pieno appoggio all’integrazione europea”. 
Ma gli ortodossi soffrono ancora delle etichette loro affibbiate di mistici, ritualisti, nazionalisti, incapaci di adattarsi alle esigenze della modernità. Tali giudizi sono talora frutto di scarsa conoscenza di quanto la tradizione ortodossa cerca oggi di portare al processo di unificazione europea. 
Tutti insieme dobbiamo imparare a capirci di più e a rispettarci nelle singole diversità: le particolarità culturali e religiose di ogni nazione possono servire da legame comune per un’Europa stabile e unita, e non più essere fattori di conflitto. “Guardando alla storia”, continua mons. Giordano, “nonostante i sentieri interrotti, smarriti o anche devianti, l’Europa è stato il luogo in cui la cultura si è lasciata rinnovare dal cristianesimo. Ciò può avvenire anche oggi, se l’Europa impara a capirsi partendo dall’altro, dalle altre regioni della terra, dagli altri continenti, dalle altre culture”. 

 
 ANNO XVI n. 2  MAR-APR

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