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 “Non avrai altri dèi di fronte a me” 
(Es 20,3-6; Dt 5,7-10). 
 

Stiamo rivisitando il Decalogo con la speranza che esso, quasi a nostra insaputa, rivisiti noi, in maniera sempre nuova e assolutamente irrepetibile, come unica e inimitabile si presenta ogni giorno la nostra anima, nella sua essenziale identità. Al contatto con le parole antiche, scolpite sulle tavole dei nostri cuori dallo Spirito di Dio, si svegliano i pensieri dell’anima, che spesso non sanno d’essere stati generati dalla “Anima del Pensiero”, dalla Casa di ogni pensiero…
Il comandamento del Volto
“Non esisteranno per te dèi alieni davanti al mio volto…”. Questa la traduzione letterale del testo, culturalmente addomesticato dalle mille traduzioni e interpretazioni, che rioffre il suo sapore originale nelle formulazioni ebraiche, memori di quel Patto, in assenza del quale il mondo creato girerebbe attorno a sé senza alcuna finalità, fino a spegnersi come una scintilla nel vasto freddo di una materia muta e impersonale… 
Le dieci parole, prima di impostare un orizzonte etico, creano il futuro per quelle incalcolabili traiettorie che, quasi razzi cosmici, lanciano il mondo verso un approdo, un incontro, una Persona… La zona della vita umana non è immaginabile (anche se qualcuno lo crede) senza la luce di quel “Volto”, di quella Presenza raggiungibile, disponibile, che irradia vitalità (il senso e la libertà) e che si è voluta far chiamare JHWH. 
Una potenza creativa… umana
L’espressione: “non esisteranno per te” nasconde una sorpresa per ogni lettore che si espone al suo potere. Era molto più semplice rivelare, correggendo la spontanea tendenza umana di abbassarsi davanti alle potenze superiori all’uomo, che solo JHWH è Dio. Altre sono soltanto “versioni sbagliate” della sua stessa signoria, maschere quasi sempre deturpate del suo unico Volto vivente! 
Difatti non esistono dèi alieni. Ma non bastava inserirlo “dogmaticamente” nel testo delle relazioni bilaterali del Patto d'Alleanza. La formulazione suggerisce: gli dei non ci sono, ma tu, tu sei capace di crearteli! Quasi come le “interfacce” dei moderni software, l'essere umano sarà sempre capace di inventare mediazioni “tecniche” per manipolare la realtà nascosta alla sua immediata gestione… “Ti crederai “costruttore” delle tastiere, con cui dirigere, correggere, cancellare, riprogrammare la scrittura divina del corso del mondo… E questo, forse, con il pretesto di essere costituito da Me, custos et cultor del Giardino… Non ti ricordi Babele?”.
Una parola preoccupata
La seconda parola del Decalogo (tradizionalmente il “primo” comandamento), denunziando la “creatività” umana capace di divinizzare le maschere della propria paura/potenza o insoddisfazione/desiderio, d’improvviso si rivela quasi “angosciata”, letteralmente gelosa: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto terra. Non ti prostrerai davanti a loro…”. La grande impresa della liberazione dalla schiavitù d’Egitto, richiede un prosieguo non più geografico né puramente politico. L’Egitto riemergerà nell’Ego umano, conscio e subconscio, individuale e collettivo. L’Ego, di cui la prepotenza nasce sempre dalla paura dell’Altro, del diverso, del non-Io. L’Ego, di cui la violenza esplode nel momento di scoprirsi un “volto” autonomo, capace di definire il raggio della propria luminosità in base alle sole risorse dell’Io… L’Ego che tenderà a sacrificare tutto, persino prostituendo quella sua autonomia presunta (superbia) o reale (grazia), per emergere dalle acque primordiali della dipendenza creaturale e finalmente autodefinirsi… (D)IO! 
Un dio “alieno”,
È prostrandosi davanti alla sua reale inferiorità o immaginaria superiorità che l’uomo diventa un vero “dio alieno”. Non si tratta soltanto di “animare” il reale con “potenze” e “spiriti”, usando male l’innata religiosità naturale, ma di creare una virtualità che non è neanche umana, mentre si crede (quasi) divina! Tutti i rapporti sono snaturati e il mondo, creato e redento da Dio, implode in un caos di falsità. Non si riconoscono più, in questo vortice di alienazione, né il Volto di Dio, né il volto dell’Io, né il volto dell’Altro. “Volti rivolti” (una curiosa definizione della Trinità) della società umana, diventano volti sconvolti e incomunicabili… 
La sostanza della relazione
La seconda parola del Decalogo (1° comandamento) crea la Casa della libertà per il popolo nascente e per ogni comunione umana su un fondamento di relazione. Non è né la configurazione del territorio, né la qualità del clima, né la stabilità delle istituzioni, la prima materia di questa “costruzione”. Qui la sostanza è il rapporto. Ciò che conta non è calcolabile né traducibile in valori commerciali di scambio. Il mio, il nostro mondo è strutturato dalla luce del Volto di Dio (Sal 4,7), nella cui luce vediamo la luce (Sal 36,10), e il cui splendore rifulge sull’unica Immagine vera di quel volto, il Cristo (2Cor 4,6). Dal secondo Esodo, effettuato nell’umanità di Gesù di Nazareth, scaturisce per noi una “traduzione” del Decalogo nuovo, quello pasquale: Non contemplerai il volto di Dio se non nel volto del fratello! (cf 1Gv 4,20-21).

 
LA PREGHIERA DEL SOFFERENTE
SIGNORE FA CHE IO VEDA!
di Gianfranco Ravasi  

 
Dio Bellezza, dammi la tua pace!
Della tua immensa potenza
io non ho provato che le tenebre.
Fammi dono della tua grazia,
fa’ che io veda te, ininterrottamente!…
il mio cuore desidera vedere te,
protettore del misero,
padre di chi non ha ne’ padre ne’ madre,
sposo della vedova.
Quant’è dolce pronunziare il tuo nome!
È come gustare la gioia di vivere,
è come il sapore del pane per il bimbo,
il vestito per chi è nudo,
il frutto che si assapora nella calura,
il soffio della brezza serale per il carcerato.
Tu che mi hai fatto vedere le tenebre,
crea per me ora la luce!
China il tuo volto amato su di me
E fa’ che io veda, che io ti veda!

Ludovico Antonio Maria Muratori (1672-1750), sacerdote ma anche grande storico, scriveva: “L’orazione propriamente altro non significa se non la preghiera che facciamo a Dio per impetrare il suo soccorso nei bisogni”. Certo, la preghiera più alta e pura è la lode, il canto rivolto a Dio, la contemplazione e la celebrazione della sua gloria, senza nulla domandare. Tuttavia il Signore ascolta e accoglie anche la supplica che il sofferente gli eleva per implorare guarigione e serenità, salute e pace. Cristo stesso aveva invitato il fedele a rivolgersi a Dio con fiducia, come a un padre: “Chiedete e otterrete, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto… Chi tra voi a un figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!” (Matteo, 7, 7-11).
Questa volta proponiamo ai nostri lettori una preghiera di domanda molto curiosa e per certi versi inattesa. Eppure essa può risuonare anche sulle nostre labbra, nonostante i secoli che su di essa si sono addensati. È noto che una delle prime grandi culture che si affacciarono all’orizzonte della storia è stata quella egizia. Una civiltà profondamente segnata dalla religiosità, come attestano i suoi templi monumentali che riescono a impressionare perfino le torme distratte e rumorose dei turisti. Ma una testimonianza ancora più intensa di quella spiritualità è rappresentata dai testi sacri a noi giunti, scritti in quei caratteri - i geroglifici - che ancor oggi conquistano per bellezza e fantasia anche chi non li sa decifrare.
Quello che noi abbiamo proposto è un frammento tratto dalle invocazioni di un cieco vissuto in Egitto più di tremila anni fa, durante la XIX dinastia faraonica (XIII sec. a. C.), in pratica più o meno al tempo dell’Esodo degli Ebrei verso la terra promessa. In una terra ove la luce è abbagliante, il sole quasi sempre sfolgorante e i colori vividi, il dramma di chi è avvolto in un manto di tenebre a causa della cecità è ancor più sofferto di quanto possa accadere a chi vive nei Paesi nordici. Anche Gesù spesso si è chinato sui ciechi che incontrava sulle strade di Palestina: non per nulla si annunziava nell’Antico Testamento che il Messia avrebbe aperto gli occhi ai ciechi.
Ma la situazione di sofferenza del non vedente diventa una specie di parabola di un’altra oscurità che talora colpisce maggiormente proprio i vedenti, quella spirituale e interiore che può essere squarciata solo dalla luce divina. Se, infatti, rileggiamo attentamente il racconto della guarigione del cieco nato, presente nel capitolo 9 del Vangelo di Giovanni, ci si accorge che quel malato non ebbe solo la fortuna di rivedere la luce del sole di Gerusalemme, ma anche e soprattutto di vedere e scoprire in profondità il vero volto di chi l’aveva sanato, riconoscendolo come Dio. Infatti, alla fine, egli si prostra davanti a Cristo ed esclama: “Credo, o Signore!”.
È per questo che anche l’antico cieco egizio ripete con insistenza: “Fa’ che io veda te… Il mio cuore desidera vedere te… fa’ che io ti veda”. Certo, il suo desiderio primario è quello di contemplare la luce del sole; ma, poiché nella religione dell’Egitto dei faraoni il sole era considerato una divinità (chiamata con nomi diversi, Amon, Ra, Aton…), l’implorazione è, in ultima analisi, un appello alla contemplazione di Dio. Perciò, questa preghiera potrebbe essere letta ai non vedenti o a tutti coloro che hanno affezioni agli occhi, ma è un’invocazione che anche gli altri con occhi limpidi e acuti possono rivolgere al Signore. È infatti sorgente di gioia vedere il volto di Dio con gli occhi della fede. Cantava il salmista: “Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto! Il tuo volto, o Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto!… Guardate a lui e sarete raggianti!” (Salmi 27, 8-9; 34, 6). 
 ANNO XVI n. 2  MAR-APR

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