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LA REDAZIONE
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IL PIANETA SANITA' VISTO DA:
BRUNO LAGANA'
di Paolo Piersanti
“Si parla sempre meno con i malati. Così si va perdendo uno dei talenti dell’arte medica… Lo diceva uno dei miei Maestri, il Prof. Lorenzo Bonomo. Oggi io aggiungo che per la comunicazione con il malato è fondamentale una visione olistica della Medicina che consente lo scambio di informazioni tra i vari specialisti”. 
 

Convinto dell’importanza del lavoro di squadra, il dottor Bruno Laganà, 43 anni, specializzato in Medicina Interna, ricercatore all’Università La Sapienza di Roma, presso la Cattedra di Immunologia ed Allergologia diretta dal Prof. Fernando Aiuti, racconta la sua esperienza professionale.
Qual è il suo campo di interessi e quali le particolari necessità dei suoi pazienti?
“Mi occupo di malattie immunologiche infiammatorie che hanno bisogno di essere seguite nel tempo. Patologie per le quali gli interventi terapeutici hanno senso se riescono a prevenire le manifestazioni cliniche e ritardare l’evolutività del male. Le fasce di età dei miei pazienti sono le più diverse, ma nella maggioranza dei casi riguardano donne in età fertile”.
Qual è la fase più delicata nel rapporto con i pazienti?
“La fase più delicata è la prima comunicazione tra medico e paziente. Un paziente che deve comprendere di avere una malattia dalla quale non guarirà, ma con la quale sarà possibile vivere bene se impara a convivere, invece di subirla. La risposta dei pazienti alla diagnosi può essere la più varia: c’è chi amplifica, chi cade in depressione, chi minimizza; così come c’è chi non accetta la realtà e continua la sua ricerca rivolgendosi ad altri specialisti. Da noi arrivano spesso persone con problemi di diagnosi: le malattie autoimmuni possono presentare una vastità di sintomi che spesso conducono in direzioni non tanto sbagliate quanto non risolutive. Solo la giusta diagnosi riesce a dare lo spessore adeguato al lavoro di tanti specialisti che seguiranno il paziente nel tempo”.
Qual è la ricetta dell’armonia tra medico e paziente nelle patologie croniche?
“È di fondamentale importanza il lavoro di ricerca, così come lo è la comunicazione tra medico e paziente. Anche nei casi più complicati bisogna creare aspettative di speranza senza mentire o illudere. Gli elementi principali che fanno di un medico una persona sono tre: l’empatia (il medico riconosce la tua sofferenza), tanta professionalità e l’umiltà di ascoltare i pazienti”.
Lei ha affermato che con queste patologie bisogna imparare a convivere. Si può sperare veramente in una vita normale?
“Queste patologie riguardano un’alta percentuale di pazienti, soprattutto donne in età fertile. La malattia assume un carattere ingombrante per la vita delle giovani donne, quando vengono informate circa il rischio di concepire un figlio durante la cura - ma anche qualche tempo dopo - a causa di medicinali che hanno effetti teratogeni. In questi casi il medico entra prepotentemente nella parte più intima della vita della paziente, spesso già ferita nel suo desiderio di maternità. È il momento in cui - pur dando tutte le informazioni, anche quelle meno gradite - il medico deve essere in grado di “coccolare” e rassicurare. Questo tipo di malattie creano problemi, ma quando il problema si conosce può essere affrontato. Il lavoro di squadra tra specialisti può dare anche l’opportunità di coronare la voglia di maternità a queste pazienti. E poi, quando in piena notte ti arriva al cellulare il messaggio che dice: è nata, pesa tre chili e mezzo e sono felice... sei felice anche tu”. 

 
 MEDICI ...IN PIGIAMA
a cura di Viki Markaki  
 

Si dice che non ci siano pazienti più indisciplinati e paurosi dei medici. Effettivamente non è raro sentire medici dichiarare che dai colleghi e dalle medicine stanno volentieri lontano. Abbiamo deciso di chiederlo ai diretti interessati e siamo pronti a ricevere anche il racconto della vostra esperienza di pazienti... senza camice.

I medici sono i peggiori pazienti? Ho sempre sostenuto che fosse un luogo comune fin quando non mi sono trovato anch’io in... pigiama. In quell’occasione mi sono reso conto di essere tra i peggiori pazienti che un medico possa incontrare. Forse a causa di una sorta di vizio professionale, nel ruolo di paziente mi sono scoperto pretenzioso, dubbioso, pauroso, incapace di dipendere da un... medico. 
“Pochi anni fa, a causa di un incidente, mi sono trovato nella mia città natale, Reggio Calabria, ricoverato d’urgenza per un intervento di chirurgia neurologica alla mano sinistra. Sapevo benissimo di essere in buone mani, ma sapevo anche che rischiavo di perdere l’uso della mano sinistra, io che sono mancino. I colleghi mi informavano costantemente ma nessuno riusciva a togliermi dalla mente che mi nascondessero qualcosa. Abituato a dire sempre ai miei pazienti la verità, da paziente mi sentivo insicuro sulla prognosi, le terapie, il futuro. Il problema non sono i colleghi, il problema è dentro di te. Hai tanto bisogno di abbandonarti fiducioso nelle mani degli esperti, ma l’essere anche tu medico, con la conoscenza specifica delle complicazioni e incertezze che si celano dietro ogni diagnosi, mina ulteriormente la tua già precaria serenità. Comunque tutto è andato quasi a meraviglia e oggi riconosco che stare in pieno mese di agosto in un letto d’ospedale mi è servito per essere ancora più... paziente con i miei pazienti”.


(Dott. Bruno Laganà, specializzato in medicina interna, ricercatore all’Università di Roma La Sapienza presso la Cattedra di Immunologia e Allergologia diretta dal Prof. Fernando Aiuti).

 
 ANNO XVI n. 2  MAR-APR

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